Playa quemada

La flor azteca

Los monstruos del Riachuelo

El amor enfermo

Marvin

Auschwitz

Adiós, Bob

Playa quemada

La fe ciega

Auschwitz

El Corazón de Doli

La otra playa


9.05.2007

DENTRO E FUORI

Il primo sogno lo feci il giorno che cominciai a lavorare da Gomez. Andavo sul mezzanino con una scala di legno. Accendevo la luce: era come una soffitta con robaccia, casse chiuse, ventilatori e bauli. Andavo su per cercare una gabbia come quelle che c’erano sul pavimento, impilate contro la parete destra della stanza. Le gabbie erano coperte da un lenzuolo sporco.
Strappai via il lenzuolo. Dietro le sbarre, inaspettatamente, vidi degli uccelli morti. Stecchiti, decomposti. Fu disgustoso, perché mi resi conto che le gabbie erano state messe via mentre gli uccelli pigolavano e che, dopo, sono morti di fame e oscurità e si sono decomposti sul fondo di latta. Dentro. Pensai alla follia di quegli uccelli. Lo raccontai a Gomez, ma non stette ad ascoltarmi.
Anche lavare il primo bobi fu un’esperienza disgustosa. Mi ero presentato per quel lavoro senza sapere di che si trattasse, al limite della fame e senza un centesimo. La paga era eccellente e il lavoro sembrava facile. Chi avrebbe mai sospettato di quei sogni? Quando terminai di lavare il primo, credetti che sarebbe stato impossibile rifarlo. E fu sempre così, ogni volta. “Non devi pensarci”, mi diceva Gomez. Era il proprietario dell’impresa, veniva sempre in completo e cravatta nera, con la pelata lucida, lucida. Come se la ungesse con olio.
-Non devi pensarci. Prima sono stati esseri umani, ma adesso sono oggetti. Io ho cominciato come voi, e sono ancora qui. Qualcuno lo deve pur fare.
Passò una barella con un corpo nudo coperto da un telo di plastica. Era un’anziana. Riuscii a vedere che aveva del sangue rappreso sotto il naso. L’uomo che spingeva la barella era nero. Mi guardò e rise (forse l’impressione che si rifletteva sul mio viso lo faceva ridere). Gomez fece scivolare la mano sotto il telo e diede dei colpetti sul ventre flaccido della vecchia. Il corpo vibrò.
-Anibal – disse al ragazzo -, lasciamela bella come una sposa.
E diede dei colpetti anche sulla spalla di Anibal.

Scoprii che Anibal rideva sempre. A prima vista sembrava essere un ragazzo grossolano e trasandato, alla fine risultò essere un buon collega. Mi spiegò un po’ di cose. Solitamente sono molto riservato e diffido degli estranei come del diavolo; ma con lui intavolai una relazione immediata. La sua risata sembrava orribile, malefica, ma forse era il male minore tra tutti quei mali.
Il sogno cominciò a ripetersi (era già la terza volta che lo facevo). Lo raccontai ad Anibal. Rise e mi disse di non farci caso.
-A volte si vedono delle cose – mi spiegò – ma non bisogna crederci. Le cose sembrano peggiori di quello che sono.
Entrammo nel laboratorio che mi era stato assegnato e le gambe cominciarono a tremarmi per l’eccitazione.

Restai solo. In quella stanza c’erano varie cose: un tavolinetto rivestito in formica imitazione legno, un lavabo, una grande vasca di ghisa, cinque barattoli, un flacone di disinfettante e il cadavere di un uomo nudo. I barattoli erano allineati lungo il bordo della vasca; il bobi stava dentro. Aprii il rubinetto. L’acqua colpì lo stomaco e mi sembrò di vedere una leggera contrazione della pelle. Il getto, massiccio e perforante, scavò una fossa a pochi centimetri dal suo ombelico, tanto che sembrava averne due.
Era un dettaglio strano. La pelle si corrucciava in pieghette, come le onde che si formano sulla superficie dell’acqua quando si tira un sasso. Era un morto piccolo e grasso, tipo Gomez. Aveva una cicatrice al basso ventre, risalente a qualche operazione, e pochissimi capelli. Rimasi a guardarlo per un bel po’, seduto sul bordo della vasca. M’immaginai fosse un ragioniere, ma sulla cartellina figurava solo il motivo della morte, scritto a mano. Non mi sforzai di leggerlo. Non mi interessava minimamente della morte, ero lì perché semplicemente non avevo trovato un altro lavoro. Era impossibile trovare qualcosa di più dignitoso. E adesso ti pulisco le ascelle, ciccio. Anibal mi raccontò di quando gli toccò lavare il portiere del suo palazzo. Solo una settimana prima si erano scontrati per non so quale sciocchezza degli ascensori; il portiere aveva gridato fino a seccarsi la gola.
-E poi vedi... – disse. Sorrideva parlando. – Prima o poi, passano per la spazzola di Anibal.
Come se lui fosse eterno, un po’ Dio. Strinsi la spazzola con furia, per non morire mai.

-Un bobi è pelle, ossa e tempo. Un bobi è poco tempo. È sgretolamento, putredine.
Mentre me lo diceva sfregava la forchetta contro il coltello. Quel momento era come un rito, ed era obbligatorio che tutti quelli che pulivano passassero da lui. Aveva spezzettato la bistecca in piccoli pezzi e si portava quei pezzetti alla bocca, insieme a una patata o una rondella di pomodoro che pescava direttamente dal vassoio.
-Un bobi è come un sacco di plastica della spazzatura. La pelle è il sacco. Il nostro compito è mostrare agli altri che il sacco è pulito come la neve. Che il contenuto non danneggia l’aspetto. Tutti sanno che dentro c’è la spazzatura. Ma quello è argomento per i vermi. I vermi divoreranno questa spazzatura.
Sentivo il suo masticare, e Gomez sembrava il re dei vermi, mentre divorava quella carne putrida.

“Mi avvicino alle gabbie coperte. La luce della soffitta lampeggia indecisa se mostrarmi quello che accadrà, quel che vedrò. Io non sospetto nulla. Le gabbie messe via sempre si coprono con un telo. A sua volta, con il tempo, la polvere coprirà il telo. Questa per esempio (è bianca, grigia, marrone?). Le dita mi si irrigidiscono al contatto con quella sostanza. Scorro il telo. Gli uccelli, sul pavimento di latta della gabbia, dormono il loro sonno eterno con i becchi aperti.”
Apro gli occhi. Ho le mani immerse dentro la vasca piena di acqua sporca. Tolgo il tappo. Nessuno sta guardando. Se so che mi stanno guardando non visualizzo una sola immagine.

Come galleggiano i morti? Che domanda. Spingendo con le mani nel mezzo della testa di questo frate (lo chiamo “frate” perché ha un circolo senza capelli e dei capelli abbastanza lunghi sui lati), lo sommergo fino a farlo sparire. I capelli che coprono le sue orecchie e la nuca mostrano un timido movimento. Galleggiano più placidamente del resto del corpo, come dicendo “sì, noi ne abbiamo ancora per un bel po’”. Quando allento la spinta, il corpo riprende la posizione iniziale.
Anche se mi hanno proibito di fare questa cosa di sommergere le teste, continuo a farlo. Quando si è soli, uno fa quanto gli è possibile per sfuggire alle regole.

La cosa più difficile è girarli. Annibal mi aveva detto: chiamami che ti aiuto. Mi era toccato un vecchio malmesso con metastasi multipla. Mi dava repulsione, e pensare che l’avevo già lavato. Credo che la cosa che mi faceva più schifo fosse sapere che aveva un cancro dentro. Come se il cancro fosse una bestia che da un momento all’altro potesse uscire dalla bocca e mordermi un braccio, contagiandomi la sua rabbia.
Quando andai a cercare Anibal nel suo laboratorio, lui stava lavando una ragazza. Mi arrabbiai, perché mi resi conto che a me passavano i peggiori. Gli chiesi se non si vergognava. L’acqua insaponata lasciava intravedere i seni eretti della ragazzina. Avrà avuto venticinque anni.
-Ah sì?- disse- Guarda che belle gambe che ha.
Sommersi le mani nell’acqua fino a toccare il fondo della vasca.
-Incidente di treno – concluse Anibal-. Si è dissanguata sulle rotaie.
L’avevano legata per i moncherini con un tirante incrociato sul petto, in modo che la testa restasse fuori dalla vasca.
Stavo tremando quando entrammo nel mio laboratorio. Anibal mi aiutò a girare il vecchio. Continuava a cagarsi addosso. Mi disse:
-Olio di gomito, solo questo, collega- e mi passò la spazzola.
Si riferiva al fatto che dovevo pulirlo dalla merda raschiandogli la pelle. Non riuscii.

“È una vecchietta molto dolce e sta piegata come una nonnina, dentro la vasca. L’acqua è tiepida. L’espressione mi ricorda mia nonna, o forse una vicina di mia nonna. Le labbra sono incollate. Il mento sfiora la superficie dell’acqua. Le verso colonia da uno dei barattoli: lavanda. Così sembra che sia più contenta, ma non lo è. È morta. Che gran furba. Devo aspettarmi parole dalla sua bocca di donna? Che mi racconti della sua vita, dei suoi figli e dei suoi amori? Tutto resta quieto, oscillando sull’acqua come la spazzola; quasi quieto. Che mi racconti di quel maschione che per la prima volta le succhiò queste tette penzolanti, questi due nidi abbandonati. Ma la sua bocca resta muta e il suo udito non risponde alla mia richiesta vicino il suo volto; io che mi bagno il mento nella sua acqua ultima. In quell’acqua che il suo tatto non sente. Nell’acqua che fu.”

Vidi Anibal parlare con il marito della ragazza che sembrava disperato. Si afferrava la testa con le mani e Anibal cercava di calmarlo. Fu proprio quando stavo per andarmene, stavo timbrando il cartellino, che sentii che gli diceva parole di conforto. L’uomo avrà avuto trenta anni e i nervi di uno squilibrato. Improvvisamente si girò e uscì correndo. Ne approfittai per salutare il mio collega che sorrideva.
-Sempre sorridente – gli dissi.
-Sì – disse lui.
-E quello? Lo hai spaventato?
-Come?
-Quello che è uscito correndo.
-Era il marito di quella del treno.
-L’avevo capito.
Infilai le mani nelle tasche e lui fece spallucce, tirando fuori il petto. Con un orgoglio inspiegabile, disse:
-Non sa che anch’io l’ho vista nuda.

C’era un gruppetto che affermava si essere scopato due o tre bobi, senza nessuno scrupolo. A me sembrava un argomento sinistro. Gomez non gli dava importanza. Lui osservava la vita dalla sua cravattina e, fin quando i soldi entravano, la sessualità del suo personale non lo riguardava. Anche se per me non si trattava di un problema strettamente etico, ma molto di più. Riguardava lo schifo nel suo senso più ampio.
-Inoltre – aggiunse uno dei nostri colleghi, uno così magro che sembrava non avere carne sulle ossa-, una volta si è scopato un ragazzino di quattordici anni. Un ragazzino morto di leucemia.
Lo guardai terrorizzato. Il tipo confermava qualsiasi sparata dicesse quello magro o Anibal. Faceva sì con la testa. Dissi:
-Deve essere brutto.
Il tipo fece una faccia indifferente e aggiunse:
-Se ti vedono sì.

Anibal, all’inizio, mi aveva detto di pregare affinché non arrivasse qualcuno con una malattia della pelle, perché me lo avrebbero passato “o sì, o sì”. Lo disse con la sicurezza di uno al quale era già toccato, nonostante la sua volontà, di lavare un lebbroso.
-Mi ricordo di uno che arrivò pieno di piaghe e foruncoli. Ero appena arrivato, così me lo lasciarono dentro la vasca. I foruncoli scoppiavano quando passavo la spazzola. E, come saprai, il pus è come la ruggine: non lo ferma niente.
Continuai a sognare quegli uccelli. Tutti i pomeriggi chiudevo la porta a chiave e mi stendevo accanto alla vasca, parallelamente al bobi, ma con la testa dall’altro lato. Mi abituai così; Anibal mi disse che lo facevano tutti. Era il pisolino. Persino Gomez andava a dormire.
-Nessuno rompe a nessuno. C’è un momento, in questo posto, nel quale siamo tutti morti.
Incrociavo le mani sul torace, imitando la posizione di un bobi nella bara.
-Perché pensi che li mettano in questo modo?
-Perché dormano più in pace.
Nonostante le mani incrociate sul petto, i sogni si fecero più realistici e disperati. “Non ce la faccio più!”, gridai ad Anibal, con il viso tirato dalla tensione. Lui sorrideva placido.
-A questa ora del pomeriggio- disse-, i tuoi uccelli ti salvano dal diventare come loro.


Gomez disse che la mattina avevano portato uno con tre spari: uno nel petto, uno nella spalla destra e il terzo in faccia, sotto lo zigomo sempre a destra. Le istruzioni erano: “veglia a cassa aperta”.
-E?
-Ho detto ad Anibal, che se la cava sempre, di sistemargli la faccia.
Anibal fece spallucce.
-E che hai fatto?
-Un ripieno di pasta marrone. Il tipo era un manovale della mafia. Mezzo cinese. Poi abbiamo aggiunto del trucco e lo abbiamo fatto asciugare. Prima lo avevamo lavato naturalmente. Quando si è asciugato il trucco, ho passato della paraffina. La faccia gli brillava come un bronzo. Era un’altra persona: la madre quando l’ha visto si è messa a piangere dall’emozione. Ti giuro: un manichino. Bello come un manichino da vetrina.

La mattina del martedì arrivò una irrigidita. Gli altri non mi avevano avvisato. Anibal, a un certo punto, sembrava stesse dicendomi qualcosa, ma si pentì e mi lasciò solo con la rigida nella vasca. Gli altri gli avevano proibito di avvisarmi. Aprii i rubinetti. La signora avrà avuto un settant’anni. Ero distratto perché cercavo di pensare ad altro. Principalmente ai miei sogni. Quindi appoggiai le mie mani sul suo addome pietrificato e le gambe le si piegarono con uno scatto. La paura mi fece scattare via dall’acqua andando a sbattere la testa sul lavandino. Restai steso sul pavimento, sanguinante. Loro, che erano rimasti nascosti dietro la porta, entrarono ridendo forte. Li vedo come esseri strani, selvaggi.
-Non bisogna distrarsi con quelli rigidi – sentenziò Gomez.
Anibal mi aiutò ad alzarmi, e aggiunse:
-Così si muovono i morti.
Quando mi tranquillizzai capii che avevo pagato lo scotto del nuovo arrivato. Il laboratorio era allagato e la bobi stava ancora lì con la testa eretta come un totem.

(Quando restai solo, le misi un dito tra le gambe. Le labbra erano dure. Il gesto mi eccitò. L’acqua tiepida ci dava la pelle d’oca, alla vecchia e a me. Mi fece un po’ paura e tolsi la mano. Il suo piccolo monte di venere entrava nel centro del mio palmo. Presi la spazzola. La strofinai, ma il rumore che si produsse mi fece estrarre le mani dall’acqua. La sua pelle era di pergamena: richiedeva carezze e non lo strofinio selvaggio della spazzola! Chiusi gli occhi senza arrivare a vedere le gabbie.)

Quando mi portano Ruben Fernandez, sapevo che sarebbe successo qualcosa. Aveva la fronte spaziosa e, fu una premonizione, mi sembrò che la cosa si sarebbe complicata. Non volli lavarlo, e Gomez mi urlò da quando potevo scegliere i cadaveri. C’era qualcosa in lui che non andava bene. Entrai nel laboratorio accecato dalla mia impotenza. Lessi i suoi dati cercando una risposta: CINQUANTESEI ANNI; ATTACCO CARDIACO PROVOCATO DA ASFISSIA. Aveva gli occhi aperti, con le palpebre bloccate nelle arcate oculari. Sembrava non voler accettare la morte. Come me, o come lo stesso Gomez. Lo toccai con diffidenza. Con la stessa diffidenza versai il disinfettante dalla bottiglia, fino a svuotarlo. Il suo membro era eretto, come un palo. Lo abbassavo e tornava a ergersi. Fu allora che sentii un gemito. Come un lamento che proveniva da un altro laboratorio. L’acqua si agitò come con un uragano. Un pugno energico e improvviso venne fuori dalla vasca, colpendomi sotto il mento. La mia faccia diede un quarto di giro verso la fronte del bobi che mi venne incontro, spaccò le mie labbra e mi fece affondare nell’acqua. Credo che persi coscienza e la recuperai nel giro di un secondo. Fu così vertiginoso che uscii da lì con un salto, senza capire. Il tipo si muoveva in una convulsione continua delle braccia e del torso, della testa e delle mani. Il grido fu mio o suo? Afferrai la bottiglia.
Gli altri mi trovarono con gli occhi sbarrati, sproloquiando e colpendolo a bottigliate in faccia fino a vederlo quieto e sanguinante, quieto e muto, quieto e morto ancora una volta. Anibal mi afferrò per le braccia. Non so come uscii da lì.

Mi svegliai la mattina seguente su un letto d’ospedale. Anibal stava seduto alla mia destra. Tubi di plastica entravano e uscivano dagli orifizi della mia faccia. Avevo sognato.
-Dove sono? – chiesi, e lui fece un gesto come per dirmi di star zitto. Il corpo mi doleva come se avessi avuto un incidente. Anibal disse qualcosa come per farmi stare tranquillo. Cercai di ricordare cosa fosse successo. Vidi i ragazzi attorno a me, in circolo, sostenendomi. Vidi uccelli spiaccicati sul fondo di una gabbia enorme. “Che è successo?”, mi sforzai di chiedere. Lui tornò a portarsi l’indice alle labbra affinché mantenessi la calma. Un’infermiera entrò e mi iniettò qualcosa nel braccio. Anibal fu cancellato insieme ai contorni della stanza.

Gli chiesi dei ragazzi. Mi avevano già tolto i tubi dalla faccia e potevo riconoscere le infermiere. Anibal era l’unico che veniva a farmi visita. Un brutto segno. Mi disse:
-Non vengono perché hanno paura.
-E il tipo?
-Che tipo?
Un nome e un cognome che avevo impresso nella mia memoria, di cui non sapevo nulla di più.
-Ruben –dissi.
-Che Ruben?
-Ruben Fernandez. Dimmi che è successo con quel tipo.
Anibal mi sostenne per le braccia come se potessi cadere giù.
-Non ti ricordi?
-No.
In quel momento entrò il medico che gli chiese di uscire dalla stanza. Il medico mi fece un paio di raccomandazioni e mi lasciò solo un’altra volta. Anibal aprì la porta e si avvicinò al mio letto.
-Dormi. È stato un caso unico di catalessi, come una specie di ipnosi dei sensi. Così ci ha detto quel coglione del medico. Non era mai successo e Gomez ci ha promesso che non accadrà più. È quasi impossibile. Dice di prenderti delle ferie. Che quello che è successo non è esistito. Che dimentichi.
-Perché?
-Dormi, non dirò più nulla.
-Per quanto tempo sono rimasto incosciente?
-Tre giorni.

Quella notte sognai un tipo con testa bendata. Stavamo a un incrocio di strade sterrate. Ero rimasto in una zona luminosa perché sentivo che qualcuno mi seguiva nell’oscurità. Mi girai. Il cielo era nero da far paura, dal nulla uscì il bendato. Portava una gabbia vuota e immediatamente si presentò.
-Fernadez – disse, porgendomi la mano destra. La strinsi senza esitare. Qualcosa scoppiò nella sua mano, qualcosa di molle, come frutta marcia. Mi mostrò il palmo aperto. Sangue e piume.

Il giorno dopo venne di nuovo Anibal a farmi visita. Io ero riuscito a inanellare quasi tutta la storia tramite domande alle infermiere e pezzi di ricordi che andavano affiorando. Mi portò dei fiori e la notizia che mi avrebbero dimesso da un momento all’altro. Non mi sentivo del tutto bene. Glielo dissi e lui mi spiegò che avevano bisogno del letto. Aggiunse che con i ragazzi mi stavano organizzando una “vacanza” tramite il sindacato, che ne avevo assolutamente bisogno. Gomez e gli altri la pensavano uguale. Gli dissi che non volevo andarmene in vacanza. Fece spallucce e parlò d’altro. Gli dissi che avevo fatto un sogno con quel tipo e gli chiesi come stava. Mi rispose bene, che non sapeva molto, ma pensava bene.
-Resuscitato una seconda volta – aggiunse.
-Non capisco.
-Quasi lo ammazzi. La bottiglia gocciolava sangue. Gli hai spaccato la testa con furia. In due. Sta ancora male.
-Chi lo ha visto?
-Noi, Gomez. Il tipo avrebbe potuto fargli uno di quei casini, invece ha preferito star zitto.
-Quindi?
-Quindi niente, si è salvato per la seconda volta. Ti capisco. Chi tollera l’idea che qualcuno possa ritornare? Nessuno. Anch’io lo avrei preso a bottigliate. Bisognava ucciderlo.
-I nervi, amico mio. La paura.
Anibal esitò.
-Non so – disse-, c’era più di questo. Hai passato il limite: colpivi e colpivi senza fermarti. Avevi gli occhi pieni di furia, non di paura.

Mi avevano informato che mi avrebbero dimesso il mattino seguente. Anibal stava lì con me. Si offrì di aiutarmi a raccogliere le mie cose. Avevo riflettuto molto sul tema della conversazione del giorno prima e provai a riprendere l’argomento. Lui era preoccupato della valigia e se mi avrebbero dato o meno l’ultima colazione. Lo chiese al medico che gli promise di sì.
-Voglio sapere di più del bobi! -gli gridai.
-Accidenti – disse -, che energia. Fa bene il medico a dimetterti.
Mi sedetti sul materasso, aspettando di ascoltarlo.
-Che vuoi sapere?- chiese.
-Qualcosa. Come sta, dove vive, che lavoro fa.
-Perché?
-Mi interessa.
-È sposato. Ha un’uccelleria nel quartiere di Balvanera.
Mi venne la pelle d’oca.
-Che ti succede?
-Niente – dissi -. Un negozio?
-Sì.

Quella notte sognai Fernandez, fermo al centro dell’incrocio. La luce del lampione gli faceva brillare la pelata. Il cerchio di luce sul pavimento era circondato da gabbie, che formavano un cilindro la cui altezza oscillava dai trenta ai settanta centimetri. Tutte coperte da stracci bianchi (ma lo stesso sapevo di che si trattava).
-Si prenda quella che vuole, ma non mi picchi.
Mi fece sorridere. Tra i due togliemmo gli stracci. Era un tipo simpatico, un bonaccione. Le porte delle gabbie erano spalancate. Dentro, solo uccelli morti. Lo guardai come per dirgli “che è successo”. Fece una faccia come per dire che non sapeva.
-Questa gabbia, per esempio, con questo pettirosso…
-Che ha che non va? – disse.
-Che è morto.
-Allora? Tutti siamo un po’ morti.
-Ma questo è morto del tutto.
-Non saprei. Toccalo.
Misi la mano dentro la gabbia. L’uccello si svegliò, aprendo le ali come se nascesse in quel momento, come una gran confusione, una paura espressa con le ali.

Alle undici del mattino lasciai l’ospedale. Tramite Anibal, Gomez mi fece sapere che ero sospeso dal lavoro non si sapeva fino a quando. Ero totalmente espulso dal luogo al quale non mi sognavo di tornare. La busta con il denaro mi ci voleva. Gomez, dopo tutto, era una brava persona. Anibal era d’accordo. Mi diede anche un biglietto per raggiungere la costa e un bigliettino scritto a mano. Pensai fosse l’indirizzo di Fernandez. Mi guardò senza capire.
-È la prenotazione di un hotel del sindacato che ha le finestre sulla spiaggia. Un regalo mio e degli altri ragazzi, affinché superi quel che t’è successo.
Ringraziai. Mi vestii ansioso come se avessi quindici anni e andassi alla mia prima festa. Ero completamente rimesso. Anibal mi disse:
-Adesso va a casa.
Lui sapeva cosa avevo intenzione di fare.
-E dopo te ne vai in vacanza. Non ti venga in mente di mettere piede a Balvanera.
Ma già avevo deciso. Ci demmo la mano nel momento in cui pensai “a mai più, Anibal”. Dava la mano con tanta mollezza che sembrava di stringere un pesce.
Controllai l’indirizzo chiamando Gomez. Lo feci cascare con una bugia infantile. Il negozio di uccelli era su via La Rioja; l’autobus 41 mi lasciò a due isolati. Osservai la vetrina dal marciapiede di fronte. Attraversai. Le gabbie stavano ammucchiate a decine, formando colonne di fil di ferro. Scheletri. Entrai.
Si avvicinò una signora. “Buonasera, di che ha bisogno?” Aveva il viso tondo e le guance paffute.
-Vorrei due merli in una gabbietta.
La signora introdusse la mano dentro una gabbia e gli uccelli si agitarono. Ne tirò fuori uno piccolo, nero.
-No, non ne voglio due uguali. Metta questo merlo e quell’altro giallo.
-È un canarino.
-Va bene, uguale.
La signora mi fissò come se qualcosa non quadrasse.
-Avrà bisogno di gabbie separate.
-No. Li metta dentro quella. – le ordinai.
-È molto piccola.
-Non importa.
-Non potranno sopravvivere. Gli uccelli hanno bisogno di spazio.
-Sono io il cliente e li voglio in una gabbia piccola.
La donna non capiva.
-Aspetti un momento – disse, e andò verso il retrobottega.
Gli uccelli facevano un rumore assordante. Riapparve, seguita dal marito. Restammo rigidi, fissandoci negli occhi.
-È meglio se te ne vai – le disse. Lei portò le mani giunte sulla bocca. Il rumore cesso di colpo. Lui girò la testa per guardarla con gravità e il corpo della signora finì sulla soglia della porta, come se l’avesse spinta con forza.
Fernandez tornò a fissarmi. La ferita era un solco largo che gli divideva la fronte in due, dal ponte del naso fino al principio della capigliatura sulla tempia destra. Disse:
-Ero prigioniero nel mio corpo, come in una cella. Ho visto come mi spazzolavi. Il sapone mi era entrato negli occhi e nella bocca, e per i pori assorbivo quei liquidi disinfettanti e canforati. Tutta quella pulizia che facevi. Mi chiesi che sarebbe successo quando avrei mosso il primo dito, quando avrei potuto sciogliere la voce.
Giocherellavo con una moneta sul bancone. Non sapevo che dire.
-Che non ti accada mai di volerti muovere e il tuo corpo non ti risponda.
-Cerca di capirmi – lo interruppi. La mia voce suonava come una supplica-. I nervi. Sono stati i nervi…
Si toccò la ferita.
-Perché tutta quella violenza?
-Non lo so.
-Perché sei venuto?
-A comprare degli uccelli.
-Non potranno vivere insieme. Vorranno ammazzarsi.
-A casa ho una gabbia più grande – mentii -. Non appena arrivo, passo il merlo lì.
Dubitò più che la moglie. Lei ricomparve da dietro facendosi scudo con le spalle del marito. Lui disse:
-Marisa, fa quello che ti chiede il signore.
E, rivolto a me, “buonasera”.
Uscii da lì con una gabbia in mano. Arrivai a casa. Un odore desertico riempiva lo spazio. Una collezione di umidità dimenticate: un muschio. Appoggiai la gabbia sul tavolo. Gli uccelli cinguettavano agitati. Pensai: “dovrei mostrar loro il mare prima, perché sappiano”. Perché prima vedano e dopo sognino. E non dimentichino mai. E si portino via questo ricordo infinito, esteso fino a limiti che mai raggiungerebbero da dietro le sbarre. Sollevai gli angoli della tovaglia fino a coprire la gabbia. Sembrava un pacchetto regalo, perché la tovaglia aveva una stampa a fiori molto allegri, come una carta per avvolgere oggetti allegri. Il biglietto per la costa stava nella mia tasca; la busta, dentro la valigia. Dalla porta, a vederli per l’ultima volta, supposi che avrebbero chiesto clemenza, da dentro la loro cassa rivestita di tela. Che chiedessero luce, acqua, cibo. Che chiedessero che restassi. Chiusi la porta.

(traducido por Salvo Tavella http://salvotavella.blogspot.com/ )

Gustavo Nielsen nació en Buenos Aires, en 1962. Es arquitecto y escritor. Como arquitecto ha realizado obras en Capital, Buenos Aires, Córdoba, San Luis y Montevideo. Desde 2008 comparte el Galpón Estudio en el barrio de Chacarita junto a los arquitectos Ramiro Gallardo y Max Zolkwer. Ha ganado el Tercer Premio para el Parque Lineal del Sur (asociado a Max Zolkwer), el Primer Premio para el Oasis Urbano Magaldi Unamuno, Tercer Premio Cenotafio Las Heras y Mención en el Oasis Boedo (asociado a Max Zolkwer y Ramiro Gallardo), Mención en el MPAC (asociado a Sebastián Marsiglia), Mención en el Pabellón Frankfurt 2010 (asociado a Max Zolkwer y a Sebastián Marsiglia) y Primer Premio en el concurso internacional para el Monumento a las Víctimas del Holocausto Judío (también asociado a Sebastián Marsiglia). Escribe notas sobre ciudad y diseño en el suplemento Radar, de Página 12. Ha publicado “Playa quemada” (cuentos, Alfaguara), “ La flor azteca” (novela, Planeta), “El amor enfermo” (novela, Alfaguara), “Marvin”, (cuentos, Alfaguara, "Auschwitz" (novela, Alfaguara)y “Adiós, Bob” (cuentos, Klizkowsky Publisher) , “Playa quemada” (cuentos, Interzona), “La fe ciega” (cuentos, Páginas de Espuma, Madrid), “El corazón de Doli” (novela, El Ateneo) y “La otra playa” (novela, Premio Clarín Alfaguara 2010).

gesnil@gmail.com

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